30 nov 2013

Brano del giorno: "Ohio"

... di Neil Young

interpretata da Crosby, Stills, Nash & Young





Neil Young scrisse questo brano in reazione agli scontri tra manifestanti e polizia ("National Guard") avvenuti alla Kent State University il 4 maggio 1970. Gli studenti stavano dimostrando contro la guerra in Vietnam.
Quell'episodio - spiegò più tardi lo stesso Young - "fu probabilmente la più grande lezione mai ricevuta circa la violazione dei diritti civili su suolo americano". Il cantautore ricordò inoltre che "David Crosby pianse quando finimmo di registrare il brano".
Ad ulteriore dimostrazione di quanto Crosby "sentisse" la canzone, è possibile udirlo gridare, nella dissolvenza finale: "Four, why? Why did they die?" ("Quattro, perché? Perché sono dovuti morire?") e: "How many more?" ("Quanti altri ancora?").


"Ohio"


Tin soldiers and Nixon coming,
We're finally on our own.
This summer I hear the drumming,
Four dead in Ohio.

Gotta get down to it
Soldiers are cutting us down
Should have been done long ago.
What if you knew her
And found her dead on the ground
How can you run when you know?

Gotta get down to it
Soldiers are cutting us down
Should have been done long ago.
What if you knew her
And found her dead on the ground
How can you run when you know?

Tin soldiers and Nixon coming,
We're finally on our own.
This summer I hear the drumming,
Four dead in Ohio. 
 
 
 
Gli studenti uccisi si chiamavano Allison Krause, Jeffrey Miller, Sandra Scheuer e William Schroeder. 
 

17 nov 2013

Brano del giorno (jazz): "My Old Flame"...

... di Frank Morgan



Era un protegé di Charlie Parker... e purtroppo, come il suo idolo, cadde nel vizio dell'ero. La droga iniziò a iniettarsela a 17 anni, nonostante Parker disapprovasse...
Quando Frank Morgan (alt sax) registrò il suo album di debutto, correva l'anno 1955. E il suo secondo disco sarebbe uscito solo trent'anni dopo; trent'anni che lo videro protagonista di atti criminosi e lunghi periodi di detenzione, finché non pensò di smettere con la droga e mise la testa a posto.
(Negli Anni Sessanta, nel famigerato penitenziario di San Quentin, aveva formato un gruppo con un altro sassofonista ed eroina-dipendente: Art Pepper...)
Morgan riemerse nella coscienza degli amanti del jazz nel 1985 (titolo dell'album: Easy Living) e da lì in poi fu tutto un successo per lui, con concerti in club e partecipazioni ai festival di ambedue le sponde dell'atlantico, nonché la registrazione di una quindicina di dischi. 
Il be-bopper di Minneapolis (vi era nato il 23 dicembre 1933) venne fermato un'altra volta nel 1996, stavolta da un ictus. Ma si rimise in piedi e riuscì a continuare la sua attività per circa dieci anni ancora, finché, il 14 dicembre 2007, non morì, dopo un ultimo tour europeo, stroncato da un cancro al colon e dal deterioramento dei reni.



Il padre di Frank era il chitarrista Stan Morgan, uomo in parte di sangue indiano (tribù degli Ojibwa). Morgan senior desiderava che il figlio imparasse la chitarra e il piccolo fece del suo meglio. Ma quando padre e figlio andarono a vedere la Jay McShann Orchestra al teatro 'Paradise' di Detroit e un tizio dal nome Charlie Parker si erse sugli altri musicisti per eseguire uno dei suoi "soli", per il ragazzo fu una vera e propria illuminazione. Frank passò al sassofono (dopo un periodo intermediario di due anni a suonare il clarinetto)... e nacque così "the New Bird".

Ma la tendenza ad assumere eroina e a essere un fuorilegge eclissarono la sua bravura per gran parte della sua vita. Le registrazioni che abbiamo di lui (quasi tutte del "periodo maturo", giocoforza) testimoniano comunque della sua abilità a mantenere una fluidità e una semplicità che hanno il loro fondamento nella tecnica e in un bagaglio emozionale affatto comuni.



Frank Morgan - alto sax
Conte Candoli - tromba
Wardell Gray - sax tenore
Howard Roberts - chitarra
Carl Perkins - piano
Leroy Vinnegar - basso
Lawrence Marable - batteria




Frank Morgan - alto sax
Rodney Kendrick - piano
Curtis Lundy - basso
Ray Drummond - basso
Leroy Williams - batteria


16 nov 2013

'Lamb Lies Down Ob Broadway', in ricordo di Kevin Gilbert

Kevin Gilbert & The Giraffe: The Lamb Lies Down on Broadway (live at Progfest 1994)



Morire a 29 anni. Di ennui o... di troppa vita. Quanto si può essere artisti prima di bruciare? Quanta esuberanza può permettersi una persona giovane, tanto più se presenta dei tratti geniali?

Kevin Matthew Gilbert, talentuoso ribelle e "testa dura", e perciò costretto a rimanere una shooting star, nacque a Sacramento (California ) il 20 novembre 1966 per spegnersi a Los Angeles il 17 maggio 1996, ovvero un mese prima del suo trentesimo compleanno.
Secondo Wikipedia, la causa della sua morte sarebbe stata "autoerotic asphyxiation". Più scientificamente, il referto medico parla di "asphyxia due to partial suspension hanging".


Era un formidabile cantante, un compositore di talento, e suonava diversi strumenti (basso, chitarra, tastiere, percussioni, violencello...). Sulla Kevin Gilbert Official Site viene annunciato che è disponibile N.R.S. - No Reasons Given, l'album di debutto del cantante, meticolosamente rimasterizzato dai nastri originali. Ma in commercio si trovano anche tutte le altre registrazioni di Gilbert, da solista o con i suoi vari gruppi.

Il migliore epitaffio è forse quello a firma di Richard Sine su metroactive, in cui si racconta tra l'altro che Kevin Gilbert fu lo "scopritore" di Sheryl Crow (la quale per un certo periodo visse insieme a lui), che lavorò a un single di Michael Jackson e alla colonna sonora di Dick Tracy interpretata da Madonna, che avrebbe dovuto fare le prove per sostituire Phil Collins nei Genesis rimasti ormai in due... insomma: che si dannò per poter fare, della sua grande passione, una professione.
Purtroppo ricevette zero riconoscimenti (e ancor meno soldi) dai responsabili del business. L'unico fatto che riesce a consolare è che i suoi fans lo amarono. Kevin, nel suo istrionismo un po' à la Peter Gabriel, sapeva incantare le folle... come testimonia ad esempio il video da me scelto per introdurre questo artista.

... Video che, a proposito dei Genesis, si chiude con una splendida versione di "The Musical Box" (il brano inizia a 1:09:00 circa).


I cimiteri sono pieni di talenti. Trattasi spesso di talenti sprecati. 
Kevin Gilbert non sprecò il suo, se è vero - com'è vero - che noi siamo qui a ricordarlo, diciassette anni e mezzo dopo la sua dipartita e a pochi giorni dalla ricorrenza del suo quarantasettesimo genetliaco.

Non mollare, ragazzo! Continua a fare "il pazzo" e a far girare le scatole ai responsabili delle case discografiche anche Lassù!



Approfondimenti consigliati (in inglese):  

                                           Toying with Kevin Gilbert (interview)

                                        Kevin Gilbert & Thud - 'Live At Troubadour'

                               Kevin Gilbert Triumphs With Posthumous The Shaming Of The True

Kevin Gilbert su YouTube











10 nov 2013

Joni Mitchell

Trovare l'uomo della vita pur conservando la libertà: un'impresa che a Joni Mitchell (da qualche giorno settantenne) non è mai riuscita.
La grande cantautrice canadese ha basato la propria arte su esperienze di vita, sfornando canzoni che "tu puoi sentire ma non puoi spiegare", come ha detto una volta Graham Nash.
A proposito di Nash: lui fu una delle romanze d'amore della splendida Joni; forse l'uomo più importante in assoluto... E si sussurra che Joni ebbe una relazione anche con Neil Young. Quest'ultimo, nella sua tournée americana del 1973, cantò "Sweet Joni" (una ballata ancora ufficialmente inedita). Tra l'altro Neil si esibì con lei sul palco di The Last Waltz (lo storico, bellissimo concerto di addio a The Band) in "Helpless" e "Acadian Driftwood".



Per completare il "link" affettivo tra la ragazza canadese e Crosby, Stills, Nash & Young aggiungeremo che la  musica di Joni influenzò certamente i componenti del quartetto, e che a scoprire la giovane cantautrice, nientedimeno che in un club della Florida (e quindi nel Sud degli States culturalmente più distante dal blues, dal jazz... e dallo stesso folk-rock) fu David Crosby, che la portò con sé a Los Angeles, dove, all'inizio del 1968, produsse il suo album di debutto Joni Mitchell, noto anche come "Song To A Seagull".





Nacque nel 1943 a Fort MacLeod come Roberta Joan Anderson e cominciò a esibirsi nel 1964 a Toronto e dintorni. Lo stesso anno fu messa incinta e nel 1965 partorì una bambina che lei diede subito in adozione.
Appena poche settimane dopo, incontrò in un folkclub di Toronto il cantante americano Chuck Mitchell, con il quale si trasferì negli Stati Uniti, dove si sposarono. Due anni dopo (1967) ci fu il divorzio, e Joni, che di cognome ora faceva Mitchell, prese a girare da sola per café e club vari. 
Fu al Gaslight South di Coconut Grove, Florida, che Crosby la scovò e ne rimase quasi letteralmente abbagliato.
Al primo album seguì Clouds (maggio 1969), contenente due tra i brani più "coverati" della cantautrice: "Chelsea Morning" e "Both Sides Now". Clouds ottenne un Grammy: niente più poteva mettere un freno alla fama di Joni Mitchell...



In tutto, durante la sua carriera, di Grammy ne avrebbe vinto ben otto. 
Nel 1996 la cantante venne accolta nella Rock and Roll Hall of Fame. 
Dal 2007 non canta più. 
Non canta più. Ma, se vi fate un giretto per YouTube e altre piattaforme "internettiane" che ospitano video e clips musicali, vedrete che è pieno di ragazze che, armate di chitarra, rendono omaggio a Joni Mitchell. E' una testimonianza di amoroso riconoscimento per la cantautrice che, soprattutto negli Anni Settanta, fu tra i portavoci della sua generazione. 
Ad affascinare, ancora oggi, è il suo modo di scrivere canzoni, la sua tecnica chitarristica, i suoi esperimenti stilistici (Joni fu una grande amante del jazz; logico: in casa dei suoi genitori abbondavano i dischi di swing)... e, ovviamente, la sua voce.
Proiettiamoci nello Stato di New York, nell'estate del 1969: centomila persone e un centinaio tra musicisti e cantanti marciano verso un campo abbandonato, dove celebreranno una "tre giorni di Love & Peace". Anche Joni Mitchell avrebbe dovuto essere presente su quell'appezzamento di terreno di Bethel... ma si era già impegnata per partecipare in tivù al Dick Cavett Show.


Il caos in quella zona nei pressi della Big Apple è enorme, le macchine non passano; e lei rischia di arrivare in ritardo agli studi dell'emittente televisiva ABC. "Fu il più grande evento per la mia generazione... e me lo lasciai sfuggire!" riconobbe lei stessa più tardi.

  Non era presente, dunque, a Woodstock; ma, attraverso le immagini che vide sul piccolo schermo e grazie al racconto che le fece Graham Nash (con il quale da qualche mese conviveva nel Laurel Canyon, la strada dei divi di Hollywood), poté comporre quello che diventò l'inno commemorativo dello storico meeting: "Woodstock", appunto; che si rivelò un successo per Crosby, Stills, Nash & Young (undicesimo posto nella classifica americana dei dischi più venduti) e per Matthews Southern Comfort (primo posto in Gran Bretagna).

Dichiarò David Crosby: "Joni ha descritto le sensazioni e l'importanza di Woodstock molto meglio di chiunque vi fosse stato presente!"
La stessa Joni cantò la canzone a metà settembre 1969 al Big Sur Festival, e la inserì nel suo terzo LP: Ladies Of The Canyon. Il disco, uscito nel 1970, conteneva due altri titoli divenuti poi celebri: "Big Yellow Taxi" e "The Circle Game".



Mentre il primo album era talmente acustico da poter essere definito "quasi spoglio" (in maniera cohenesca) e il secondo si serviva altresì di pochissimi abbellimenti sonori, nel terzo c'erano strumenti quali il flauto, il sassofono e il violoncello. Anche i testi erano diventati più comprensibili e non gravitavano più nell'orbita dylaniana. Ad esempio, in "Big Yellow Taxi" si trova la frase: "They paved paradise and put up a parking lot" ("Coprirono il paradiso di cemento, trasformandolo in un enorme parcheggio"), e con ciò Joni fornì - per così dire - una colonna sonora al movimento ecologico, che stava muovendo i primi passi.


Negli Stati Uniti Joni era una "stella" tra i cantautori folk e rock. In Europa lo divenne soprattutto dopo la sua partecipazione al Festival dell'Isola di Wight ("Volli andarci sebbene io non ami i grandi palcoscenici"). Al più tardi nel 1971, di lei si parlava anche in Italia: Carlo Massarini, al microfono di Per Voi Giovani (trasmissione più tardi presentata anche da Raffaele Cascone, Massimo Villa, Claudio Lolli...), fa udire tra le altre cose (e per "altre cose" intendo Led Zeppelin, Eric Clapton, Jimi Hendrix...) le canzoni della cantautrice canadese.
Il Canada! Non è da quelle estese lande settentrionali che arrivano Neil Young e forse il più mitico tra tutti i cantautori (fu anche poeta e romanziere), ovvero Leonard Cohen?
Già! Allora l'America era quasi un altro mondo per noi italiani, e la musica che usciva dalla radio era l'unico trait d'union tra la nostra quotidianità - spesso maccheronica, comunque desolante - e gli splendidi racconti di "Suzanne", "Chelsea Hotel", "Famose Blue Raincoat" (Cohen), "Down By The River", "Cinnamon Girl", "Cowgirl In The Sand" (Young), "Both Sides Now", "Carey", "A Case Of You" (Mitchell).

Le due ultime canzoni appena citate si trovano nel quarto album di Joni: Blue, pubblicato nel giugno 1971. Un disco nuovamente alquanto spartano negli arrangiamenti. Si ode il dulcimer degli Appalachi, si odono chitarre e pianoforte.
A collaborare a Blue vennero chiamati "Sneaky" Pete Kleinow (un asso della pedal steel guitar), Stephen Stills (basso, chitarra), James Taylor (chitarra) e Russ Kunkel (drums). Joni Mitchell ha composto, arrangiato e prodotto tutte le canzoni, separandosi così (almeno musicalmente) da Graham Nash ("Willy"), condannando la commercializzazione della festa del Natale ("River") e lanciando una severa quanto tenera ammonizione contro l'uso di droghe ("Blue").

Lei stessa una volta dichiarò di non essere mai caduta nel vizio delle droghe. Tranne...
"Nel 1975 ero una componente della Rolling Thunder Revue di Bob Dylan. Mi chiesero con che cosa volessi essere pagata. Sapevo che nel circo, a volte, i pagliacci vengono pagati con del vino. Allora dissi: 'Pagatemi con della cocaina'."
Nella primavera del 1976 incontrò il maestro di meditazione tibetano Chögyam Trungpa Ringpoche. Costui le insegnò una tecnica di respirazione mediante cui lei poté mettere fine alla sua pur breve carriera di junkie.
In Blue, la canzone forse più emozionante è "Little Green", dove Joni racconta della figlia che aveva data in adozione e che non aveva più vista. Quella figlia perduta "riappare" in un'altra sua composizione: "Chinese Cafe", nell'album del 1982 Wild Things Run Fast.
Un incontro tra le due donne avvenne solo nel 1997. La "piccola" era intanto madre di famiglia e Joni si ritrovò di colpo... nonna.

Da "Little Green" (ascoltala qui):
Born with the moon in Cancer
Choose her a name she will answer to
Call her green for the children that have made her

...
Child with a child pretending
Weary of lies you are sending home
So you sign all the papers in the family name
You're sad and you're sorry, but you're not ashamed
Little green, have a happy ending


La leggenda di Joni, per quel che mi riguarda, può benissimo terminare qua. Se volete approfondire il suo percorso musicale dopo l'uscita di Blue, vi rimando ai numerosissimi siti e ai libri dedicati a questa cantautrice. Da esplorare ci sarebbe molto, a iniziare dalla sua passione per il jazz, che si esprime nella sua collaborazione con il sassofonista Tom Scott (capo del gruppo fusion L.A. Express, con cui lei andò in tournée) e nel suo omaggio a Charlie Mingus, nonché nel suo lavoro insieme a Winton Felder e Joe Sample (fondatori dei Jazz Crusaders) e a Jaco Pastorius (Weather Report). Gustoso è anche quel capitolo della sua vita in cui David Geffen, boss della sua etichetta discografica, le chiese quasi esasperato di tornare a produrre un hit; lei lo fece senza battere ciglio, quasi fosse la cosa più semplice di questo mondo, scrivendo il sarcastico "You Turn Me On I'm A Radio" (nell'album For The Roses, 1972).



Negli Anni Ottanta, con "Tax Free" ebbe problemi con l'associazione dei predicatori religiosi televisivi - genìa che lei naturalmente non apprezzava. E la canzone "Lakota" aveva come tema gli scontri tra agenti dell'FBI e attivisti indiani, scontri avvenuti a Wounded Knee nel 1973. Si notava qui la sua tendenza ad abbracciare la virata verso la world music, un "trend" inaugurato da Peter Gabriel.
21 luglio 1990: si trovò sul palcoscenico nella Potsdamer Platz di Berlino - insieme a Peter Gabriel, Tom Petty, Willie Nelson e Billy Idol  - nello spettacolo The Wall di Roger Waters, dove cantò "Goodbye Blue Sky" (video sottostante). E cantò anche, insieme ad altri, il titolo di chiusura dello show: "The Tide Is Turning".



Taming The Tiger fu certamente il suo album di punta di quel decennio... e anche l'ultimo per ben nove anni; o quantomeno l'ultimo che contenesse nuove composizioni.
I problemi con la voce (dovuti probabilmente al fumo) le diedero filo da torcere: la sua innata abilità da soprano (era capace anche di fare lo jodel o jodler, canto in falsetto tipico delle zone alpine) dovette lasciare posto a una tonalità in "alto". Ciò si sente benissimo in Both Sides Now (2000), dove interpreta soprattutto celebri brani jazz con l'accompagnamento di un'orchestra, e in Travelogue (2002), dove ripropone canzoni sue proprie.
Nel 2007, il suo album Shine arrivò a raggiungere il 14simo posto delle Billboard Charts. Nello stesso tempo, Herbie Hancock, pianista di Chicago suo stretto amico e collaboratore fin dai tempi di Mingus (1979), le dedica River: The Joni Letters, un omaggio che rivisita molti dei titoli degli Anni Settanta della cantautrice. River: The Joni Letters venne premiato con un Grammy.
La stessa Mitchell ottenne un Grammy (uno dei tanti!) per il pezzo strumentale "One Week Last Summer".
Ma è con le note di un'altra song che vogliamo concludere questo atto di riverenza alla "dolce Joni": "Refuge For The Roads".
(Da Hejira, 1976. "Hejira" è una parola araba [propriamente: hijra] che significa "viaggio".) 








03 nov 2013

England - 'Garden Shed' (album intero, 1977)



Vagamente indefinibile nella sua mania di emulazione... e alquanto limitato. Ma ci sono punte "progressive" piacevoli, echi (quasi sfacciati) di gruppi famosi. E' uno dei primi Genesis-Yes-Gentle Giant Revisited.


Tracks:

1. Midnight Madness (0:00 - 6:57)
2. All Alone (Introducing) (6:58 - 8:56)
3. Three Piece Suite (8:57 - 21:51)
4. Paraffinalea (21:52 - 26:05)
5. Yellow (26:06 - 31:35)
6. Poisoned Youth (31:36 - 47:57)



Maggiori info su:

02 nov 2013

Tony Joe White

Ha superato la soglia dei 70 anni Tony Joe White ma è sempre instancabile. Eccolo con un suo nuovo album. Il titolo: Hoodoo.


Il bianco bluesman della Louisiana e la sua band ci presentano 9 brani gustosi come whisky pregiato. La classe e la brillantezza delle sue canzoni collocano White in cima agli interpreti del Delta Blues e lo confermano come il re dello swamp rock (il "rock delle paludi"; ma alcuni dicono anche swamp blues, che è forse un termine più appropriato). Non per niente il nomignolo di Tony Joe White è "The Swamp Fox"...



E' uno dei migliori chitarristi degli ultimi cinquant'anni (è dentro al business dagli Anni Sessanta) ed è dotato di una voce "nera" e abbastanza piacevole da convincere anche i cultori del blues più puro; meglio ancora oggi, visto che nel suo modo di comporre e di suonare è subentrata una certa routine e visto che la sua voce è stagionata al punto giusto. 
Nella musica di White si mescolano ora elementi di boogie, ora atmosfere da AOR (album oriented rock o adult oriented rock: una versione di rock "radio-friendly")... ma alla fine è sempre il blues ad averla vinta, e certe volte - parola mia - sembra di sentire il buon, vecchio Johnny Lee Hooker.





Il suo "Soul Francisco", del 1968, fu una hit, così come - un anno dopo - "Polk Salad Annie". Sono le canzoni di Tony Joe White più "coverate" in assoluto insieme a "Steamy Windows" (portata al successo dalla Tina Turner prima maniera), e molti le conoscono e non sanno che le ha scritte lui.
In Hoodoo questo artista conferma di essere una garanzia di qualità. Il Southern-country-rock si sposa allo swamp e al blues-rock senza che lui e i suoi fidi debbano mai alzare troppo i toni. C'è anche un'evidente spontaneità nei brani, che è una delle caratteristiche di Tony Joe White e che bene si addice al tipo di musica che lui fa. Nonostante la rilassatezza delle esecuzioni (la narrazione fila liscia come una lucertola nella Death Valley), il suono striscia sotto la pelle dell'ascoltatore, supportato dai testi evocativi ed emozionali.



Ai più giovani che vogliano avvicinarsi al blues-rock propongo questo e tutti gli altri album di Tony Joe White. Mettete su la sua musica, chiudete gli occhi e... verrete trasportati nel profondo Sud degli States, seduti al bancone di una lurida birreria mentre fuori picchia un sole che spacca le pietre.






Tony Joe White, l'uomo dal "baritono scuro", crebbe insieme a sei fratelli in un fattoria su un campo di cotone a Oak Grove, Louisiana. Quando aveva sedici anni, ascoltò un album di Lightnin' Hopkins che Charles, suo fratello maggiore, aveva portato a casa, e, sempre da Charles, iniziò a prendere lezioni di chitarra.
Formò ben presto il suo primo gruppo, Tony White & His Combo, e nel 1964, a vent'anni, lui e i suoi due amici di avventura (Robert McGuffie e Jim Griffith) vennero scritturati da un nightclub di Kingsville, Texas. Da lì ebbe inizio la carriera professionistica del Nostro. I suoi nuovi gruppi si chiamarono Tony Joe and the Mojos e Tony's Twilights, con i quali girò un po' tutto il Sud, suonando in innumerevoli piccoli locali, prima di decidersi a comporre le proprie canzoni e dare la stura alla carriera solista.


Nel 1967 firmò un contratto con la Monument Records, i cui studi erano siti alla periferia di Nashville. "Polk Salad Annie" ci mise un bel po' prima di diventare un successo, così come le altre sue canzoni del primissimo periodo; ma lo divennero, infine, e, almeno tra gli esperti del settore, il nome di Tony Joe White acquisì una certa popolarità. Nel 1973 il cantautore venne chiamato a contribuire alle celebri registrazioni di Memphis del grande Jerry Lee Lewis. Quelle sessions videro riuniti gli originali Booker T. & the M.G.'s (Steve Cropper, Donald "Duck" Dunn e il batterista Alan Jackson Jr.) e fecero registrare la presenza di Carl Perkins, Mark Lindsay (dei Paul Revere & the Riders) e Wayne Jackson e The Memphis Horns. Un passo importante, dunque, nella carriera di Tony Joe White.
... che passò a produrre l'album di Tina Turner Foreign Affairs, di cui scrisse anche quattro canzoni ("Steamy Windows" fu una di esse). Come risultato, il suo nuovo manager divenne Roger Davies (lo stesso di Tina Turner) e il contratto con l'etichetta Polydor fruttò uno degli LP di Tony Joe White di maggior successo: Closer To The Truth.
Intanto le sue canzoni venivano rese celebri da molti cantanti allora in auge o destinati a rimanerlo per l'eternità: Brook Benton ("Rainy Night In Georgia"), Elvis Presley, Ray Charles, Roy Orbison, Dusty Springfield, Etta James... Altri si univano a lui come "guests": Eric Clapton, Mark Knopfler, Michael McDonald, Waylon Jennings e (nel suo album di duetti con le eroine del cantautorato americano) Emmylou Harris, Lucinda Williams, Shelby Lynne.
"The Swamp Fox", finalmente, non era e non è più il perfetto sconosciuto di una volta.





Per godere appieno della grandezza di questo artista, vi consiglio Collected, un triplo CD con ben 54 tracce. Si va da "Rainy Night in Georgia", "Soul Francisco" e "Polky Salad Annie", attraverso "Steamy Windows" fino a "Did Somebody Make A Fool Out Of You" (insieme a Eric Clapton) e "Louvelda" (con l'ormai copianto J.J. Cale). Collected contiene inoltre un libretto con una biografia abbastanza completa di Tony Joe White.