22 set 2013

Max Roach

[Video: Live At Blues Alley (Washington DC), 1981]



Quando, nell'agosto 2007, Max Roach si spense, lasciò un vuoto pauroso nel mondo del jazz moderno, di cui era stato uno dei pionieri.
Nato il 10 gennaio 1924 nella cittadina di New Land (North Carolina), già da ragazzino si fece conoscere come un virtuoso della batteria, che sapeva suonare a velocità impressionante. La sua importanza nell'evoluzione del jazz è universalmente riconosciuta: negli Anni Quaranta varò un canone completamente nuovo per suonare la batteria e in tutti i decenni successivi non fece che dedicarsi alle sperimentazioni.

 La prima tappa "storica" della sua vita risale al 1942, quando, in quel di Harlem, suonò con Charlie Parker, contribuendo dunque alla nascita del bebop (secondo soltanto a un altro celebre batterista: Kenny Clarke, che era però di dieci anni più anziano di lui). Max Roach e Charlie Parker scesero poi verso Manhattan Midtown, esibendosi nei club della 52sima strada. Lì Roach poté collaborare con un altro grande innovatore del jazz: il trombettista Dizzie Gillepsie. E, nelle registrazioni delle sessions Birth of the Cool (1949-50) di Miles Davis, è ancora la sua batteria a scandire il ritmo.



Fondò la sua prima band nel 1954, insieme al giovane virtuoso della tromba Clifford Brown. Il quintetto si specializzò in hard bop, una forma ancora più "muscolare" di bebop. Ma appena due anni dopo, un terribile incidente automobilistico mise fine ai loro successi, gettando Max Roach in un terribile sconforto. Nell'incidente morirono Brown, il pianista Richie Powell e la moglie di questi.
 
Roach si diede all'alcool. A farlo uscire dal tunnel furono gli altri due membri superstiti del gruppo, il sassofonista Sonny Rollins e il bassista George Morrow, che lo convinsero a riprendere, sia pur lentamente, a suonare. Il nuovo Max Roach's Quartet era formato da loro tre e da un sideman che cambiava di volta in volta. 
                                   

Nel 1960, insieme al contrabassista Charlie Mingus (che otto anni prima aveva fondato la Debut, una delle prime etichette discografiche completamente controllate da musicisti), Max Roach organizzò a Newport (Rhode Island) un cosiddetto "festival ribelle", in concorrenza con il Newport Jazz Festival che era accusato di  trattare in modo indegno gli artisti. Nello stesso anno, lavorando insieme al paroliere e cantante Oscar Brown Jr., Roach registrò l'album We Insist! Freedom Now Suite, dedicato alla lotta per i diritti dei negri negli Stati Uniti d'America e in Africa. L'altra cantante nel disco era Abbey Lincoln, già frequente collaboratrice di Roach. (Dal 1962 al 1970 Abbey e Max furono anche marito e moglie.) 

 We Insist! ebbe una certa risonanza di pubblico, ma non piacque alla critica. Sordo a tutte le voci negative, Max Roach ci tenne ad affermare (in un'intervista a Down Beat): "Non suonerò più nulla che non sia inerente con le più importanti questioni sociali. Noi jazzisti afro-americani abbiamo dimostrato di essere senza ombra di dubbio i musicisti migliori. Ora dobbiamo usare questo nostro talento per raccontare il dramma della nostra gente e tutte le sofferenze che abbiamo patito".  

 Era evidente che voleva rompere con i vecchi schemi: tra gli anni Settanta e Novanta arrivò a guidare un "doppio quartetto" (chiamato appunto Double Quartet), consistente nel suo gruppo - tromba, sax, basso e drums - insolitamente accompagnato da una sezione di archi: l'Uptown String Quartet, fondato da sua figlia Maxine, suonatrice di viola. Formò inoltre un'ensemble costituita da soli percussionisti (il M’Boom); duettò con il pianista Cecil Taylor e con un sassofonista altrettanto avanguardistico come Anthony Braxton. Si esibì senza accompagnamento (sul palco, soltanto lui e la sua batteria), scrisse musica per lavori teatrali di Sam Shepard e per balletti di Alvin Ailey e collaborò con video artists, cori gospel e giovani hip hoppers. In un'intervista del 1990 rilasciata al New Yorker Times spiegò il suo punto di vista con queste parole: "Non si può scrivere lo stesso libro due volte".

Fino al 2000 andò in tour con il suo quartetto e anche in seguito proseguì a comporre instancabilmente. Ancora nel 2002 compose ed eseguì la colonna sonora di How to Draw a Bunny, un documentario sul pioniere della pop art Ray Johnson.

Quasi tutti e cinque i figli di Roach (Maxine, Ayo, Dara, Raoul e Darryl) sono musicalmente attivi...




Video sottostante: "Driva' Man" dall'album We Insist!


15 set 2013

Brano del giorno: "I Got Rhythm"

... Charlie Parker



Sassofonisti del rango di Charlie Parker e Ornette Coleman scelsero di suonare il Grafton alt sax...



"Bird", eroinomane fin dall'adolescenza, oltre a essere il padre - se non l'inventore - del bebop, aveva una capacità straordinaria nel catalizzare i più bravi musicisti del tempo. In questa registrazione (il brano venne composto da Gershwin nel 1930) abbiamo:


Charlie Parker, Willie Smith - alto saxes, 
Buck Clayton - trumpet,
Coleman Hawkins, Lester Young - tenor saxes, 
Irving Ashby - guitar,
Kenny Kersey - piano,
Billy Hadnott - bass,
Buddy Rich - drums.

"I Got Rhythm" divenne uno standard jazzistico grazie alla sua progressione di accordi ("rhythm changes"), che sta alla base di molti altri pezzi divenuti poi famosi, come "Anthropology (Thrivin' From a Riff)" di Charlie Parker e di Dizzie Gillespie.
Di fatto, il brano che sentiamo qui è proprio "Anthropology". E in fondo al post ve ne propongo un'altra versione (molto più veloce) dell'unico e autentico Charlie Parker.



 
Libro:
"Bird" e il mito afroamericano del volo

DVDs:Charlie Parker's Complete Masters 1941-1954


Alla tromba c'è Dizzy, al piano Bud Powell e le bacchette sono agitate da Roy Haynes


14 set 2013

Brano del giorno: "Black Chandelier"

... dei Biffy Clyro ("Warner Music Akustik")



You left my heart like an abandoned car... 

Se Simon Neil è "la perfezione fattasi uomo" (così sostengono le sue ammiratrici), Biffy Clyro è la perfezione sotto forma di band. 
Ho voluto scegliere un brano acustico dei tre rockettari scozzesi per sottolineare il loro attaccamento per narrazioni che scorrono su corde intime seguendo anche una logica emotiva. In seguito, loro, sul palco, trasformeranno la ballata in un iroso inno heavy, magari dai connotati brutal-death; ma la loro bravura risiede a monte: nella capacità di scovare le verità recondite dell'animo ed estrinsecarle in linguaggio pop, in merce consumabile... 

... pur se il rock'n'roll (e loro sono rock'n'roll!) conserva una carica eversiva che è inutile negare.



Curiosità: i fans di questo gruppo spesso mostrano ai concerti cartelli con su scritto:

                                 Mon the Biff!

Il significato è presto spiegato: "mon" è scozzese e sta per "come on", e Biff ("il buffetto"...) è la band. 

Sul significato del nome 'Biffy Clyro', leggi questa spiegazione data da Neil: http://www.digitalspy.co.uk/music/news/a206591/biffy-clyro-explain-origin-of-band-name.html

                    

Testo di "Black Chandelier"

Drip, drip, drip
Drip, drip, drip
Drip, drip, drip
Drip, drip, drip
Drip, drip, drip


I shouldn’t laugh, but I know I’m a failure in your eyes
I know its daft, but I guess I know it deep inside
It feels like we’re ready to crack these days, you and I
When it’s just the two of us, only the two of us, I could die


You left my heart like an abandoned car
Old and worn and no use at all
But I used to be free
We’re gonna separate ourselves tonight
We’re always running scared but holding knives
But there’s a black chandelier
It’s casting shadows and lies


Drip, drip, drip


I’ll sit in silence for the rest of my life if you’d like
Dressing our wounds with industrial gloves made of wire
Feel it penetrating the skin, we begin to relax
When it’s just the two of us, and a cute little cup of cyanide


You left my heart like an abandoned car
Old and worn and no use at all
But I used to be free

We’re gonna separate ourselves tonight
We’re always running scared but holding knives
But there’s a black chandelier
It’s casting shadows and lies 


We’re gonna separate ourselves tonight
We’re always running scared but holding knives
But there’s a black chandelier


You left my heart like an abandoned car
Old and worn and no use at all
But I used to be free


We’re gonna separate ourselves tonight
We’re always running scared but holding knives 


But there’s a black chandelier
It’s casting shadows and lies
We’re gonna separate ourselves tonight
We’re always running scared but holding knives 


But there’s a black chandelier
It’s casting shadows and lies




Un tipico concerto dei Biffy Clyro: al Reading Festival 2013


Simon Neil (guitar, lead vocals)
James Johnston (bass, vocals)
Ben Johnston (drums, vocals)





             "Black Chandelier" official video
            (la versione "elettrica" della canzone)

8 set 2013

Charles Lloyd, Eric Harland e Zakir Hussain live 2013

... al festival Jazz sous les Pommiers, 4 maggio 2013

Jazz sous les Pommiers (jazz sotto gli alberi di mele) si svolge annualmente a Coutances nella Manche (Bassa Normandia), durante la settimana dell'Ascensione.




Charles Lloyd: sassofono, flauto, taragot (un clarinetto ungherese, ibrido tra il sax soprano e il clarinetto), piano, percussioni
Zakir Hussain: tabla, voce
Eric Harland: batteria


Che trio, ragazzi! A dir poco originale, e non privo di richiami mistici. Tre talenti che esprimono tutto il mondo in un vasto abbraccio tra America e Asia.

Lloyd (nato a Memphis, U.S.A., nel 1938), è noto per il suo stile "coltraniano"; fece parte del Cannonball Adderly Sextet ma all'inizio della carriera si cimentò anche con alcuni bluesmen (B.B. King, Howlin' Wolf, Bobby "Blue" Bland... praticamente i migliori!) e negli Anni Settanta fu attivo nel pop-rock (Doors, Byrds, Grateful Dead, Beach Boys...). All'inizio proprio di quegli Anni Settanta così ricchi di eventi culturali e politici, Lloyd intraprese una sorta di "ricerca di se stesso" approdando a Big Sur in California, dove già si erano arenati - a ridosso del Pacifico - Langston Hughes, Henry Miller, Lawrence Ferlinghetti, Jack Kerouac e altri grandi e meno grandi artisti "zen".
 
Il 26 aprile 2013 Charles Lloyd ha ottenuto un Premio al Merito dalla città di Tallinn per essere stato un pioniere del jazz in Estonia, dove andò a esibirsi già nel 1976, durante la Guerra Fredda (quando l'Estonia ancora faceva parte dell'U.R.S.S.).  


Zakir Hussain (nato nel 1951) è un suonatore di tabla indiano; già enfant prodige, vive negli Stati Uniti praticamente da una vita. Ha composto la colonna sonora di diversi film e ha contribuito al soundtrack di altri (Apocalipse Now, Little Buddha...).

Eric Harland (classe 1978) è il batterista jazz dei nostri tempi. Ha suonato e inciso - tra gli altri - con Aaron Goldberg, Stefano di Battista, Ravi Coltrane, Terence Blanchard, con il leggendario McCoy Tyner (Land of Giants, 2003)... Svariati gli album con Charles Lloyd: Jumping The Creek, Sangam, Rabo de Nube, Mirror, Athens Concert.



Prossimamente: un articolo sul Charles Lloyd Quartet



1 set 2013

Wonderjazz. Brano del giorno: "Invitation"

... John Coltrane

"Wonderjazz!" a tutti. Oggi (domenica, giorno dedicato al jazz...) torniamo a Coltrane.



Questa versione di "Invitation" è tratta da The Stardust Session: otto titoli-standard (inclusi "My Ideal" e "I'll Get By [As Long as I Have You]") che originariamente vennero suddivisi in tre LP, sebbene fossero stati registrati lo stesso giorno, allo studio di Rudy Van Gelder di Hackensack, New Jersey, l'11 luglio 1958.

La formazione coltraniana era la seguente:

    John Coltranesassofono tenore
    Wilbur Harden tromba, flicorno
    Red Garlandpianoforte
    Paul Chamberscontrabbasso
    Jimmy Cobbbatteria


La storia di questo disco è un po' contorta. Si deve incominciare da un LP dal titolo Standard Coltrane, pubblicato nel 1962 dalla Prestige Records (n° cat. 7243). Conteneva solo quattro titoli: "Spring Is Here", "Invitation", "Don't Take Your Love From Me", "I'll Get By", facenti parte del materiale inedito proveniente dalla seduta di registrazione di cui sopra. Poiché la fama di Coltrane si stava velocemente ampliando durante gli Anni Sessanta, la Prestige, etichetta per la quale "Trane" non incideva più da tempo, sfruttò - appunto - tali registrazioni rimaste nei loro archivi per creare un prodotto da sfruttare commercialmente, senza l'autorizzazione o almeno l'approvazione del musicista.
Più tardi (1975, e quindi postumo) la Prestige pubblicò tutti i brani. (E noi le siamo grati!)
Ecco appunto The Stardust Session.



Siamo in pieno periodo "sheets of sound". Il pianista Red Garland è una stella nova di per sé; il bassista  Paul Chambers e Jimmy Cobb alla batteria forniscono un'eccellente accompagnamento ritmico; e il flicornista Wilbur Harden impreziosisce i "solo" del sax tenore di John.


Le tracce:

1. "Spring Is Here" (Lorenz Hart / Richard Rodgers) 6:53
2. "Invitation" (Bronislaw Kaper / Paul Francis Webster) 10:20   
3. "I'm a Dreamer, Aren't We All?" (Lew Brown / Buddy DeSylva / Ray Henderson) 7:01
4. "Love Thy Neighbor" (Mack Gordon / Harry Revel) 9:22
5. "Don't Take Your Love from Me" (Henry Nemo) 9:13
6. "My Ideal" (Newell Chase / Leo Robin / Richard A. Whiting) 7:32
7. "Stardust" (Hoagy Carmichael / Mitchell Parish) 10:41
8. I'll Get By (As Long as I Have You) (Fred E. Ahlert / Roy Turk) 8:09
 


Portrait by Debra Hunt


Di/su John Coltrane ascolta/leggi: