26 gen 2013

Anthony Phillips: 'The Geese and The Ghost'



Magia bucolica! Per molti, questo è il miglior album che i Genesis abbiano mai fatto (!!!)... E' come riascoltare una versione alternativa di Trespass, mischiata a una (comunque meno verbosa e... meno rabbiosa) di Foxtrot.
The Geese and The Ghost uscì nel 1977. Da notare dunque che nel 1970, quando i Genesis lanciarono Trespass (e con quell'album si lanciarono nel meraviglioso mondo del prog rock), Anthony Phillips aveva appena 18 primavere... 25 ne aveva al tempo di questo suo fortunato "solo".




Songs / Tracks Listing 

1. Wind-Tales (1:02)
2. Which Way The Wind Blows (5:51)
3. Henry: Portraits From Tudor Times: (12:11)
- i) Fanfare 0:56
- ii) Lute's Chorus 2:00
- iii) Misty Battlements 1:15
- iv) Henry Goes To War 3:36
- v) Death Of A Knight 2:33
- vi) Triumphant Return 1:46
4. God if I saw her now (4:09)
5. Chinese Mushroom Cloud (0:46)
6. The Geese And The Ghost: (15:40)
- Part One (8:01)
- Part Two (7:39)
7. Collections (3:07)
8. Sleepfall: The Geese Fly West (4:33)

Bonus track on Virgin release:
9. Master Of Time (7:37)

Total Time: 54:56




Line-up / Musicians 

- Anthony Phillips / acoustic, classic & electric guitars, basses, dulcimer guitar, bouzouki, piano, organ, synthesizers, Mellotron, harmonium, celeste, pin piano, drums, glockenspiel, bells & chimes, timbales, gong, vocals (7)

+ Phil Collins / vocals (2-4)
- Ronnie Gunn / harmonium (9)
- John Hackett / flutes
- Nick Hayley & Friend / violins
- Jack Lancaster / flutes, Lyricon
- Charlie Martin / cello
- Viv McAuliffe / vocals (4)
- Lazo Momchilovich / oboes, Cor Anglais
- Tom Newman / hecklephone, bulk eraser
- Rob Phillips / oboes
- Michael Rutheford / acoustic, classic & electric guitars, basses, organ, drums, timbales, bells, glockenspiel, cymbals
- Wil Sleath / flutes, recorders, piccolo
- David Thomsa / classical guitar (9)
- Kirk Trevor / cello
- Martin Westlake / tympani

Send Barns Orchestra conducted by Jeremy Gilbert.
- Ralph Bernascone / soloist 


Nella confezione con i due CD, l'album è nel primo, mentre il secondo contiene versioni alternative e demos, con alcuni momenti e brani nuovi o da riscoprire davvero emozionanti.

19 gen 2013

Brano del giorno: "Brokedown Palace"

... dei Grateful Dead

Un brano che più d'uno desidera venga suonato al suo funerale.



Grateful Dead - "Brokedown Palace"


Songwriters: Jerry Garcia, Robert Hunter
Fare you well, my honey, fare you well my only true one.
All the birds that were singing are flown, except you alone.

Going to leave this brokedown palace,
On my hand and knees, I will roll, roll, roll.
Make myself a bed in the waterside,
In my time, I will roll, roll roll.

In a bed, in a bed, by the waterside I will lay my head.
Listen to the river sing sweet songs, to rock my soul.

River going to take me, sing sweet and sleepy,
Sing me sweet and sleepy all the way back home.
Its a far gone lullaby, sung many years ago.
Mama, mama many worlds Ive come since I first left home.

Goin home, goin home, by the riverside I will rest my bones,
Listen to the river sing sweet songs, to rock my soul.

Going to plant a weeping willow,
On the banks green edge it will grow, grow, grow.
Sing a lullaby beside the water,
Lovers come and go, the river roll, roll, roll.

Fare you well, fare you well, I love you more than words can tell,
Listen to the river sing sweet songs, to rock my soul.




12 gen 2013

The Enid - 'In The Region Of The Summer Stars'


Non tutti gli album (e i CD) riescono col buco, e In the Region of the Summer Stars ne è un esempio clamoroso. Basti pensare che durante l'ascolto ci siamo ripetutamente sorpresi a rimpiangere i buoni, vecchi - e tanto bistrattati - Ekseption...


The Enid è un progetto creato da Robert John Godfrey, ex pianista classico che decise di tentare la fortuna nel rock. Dopo una parentesi relativamente lunga (fin dal 1969) con i Barclay James Harvest e un album firmato col proprio nome (Fall Of Hyperion, ispirato a poesie di Keats), si mise insieme ai chitarristi Stephen Stewart e Francis Lickerish, fondando appunto The Enid. Il gruppo - a volte fu un quintetto, a volte un quartetto - sembrò avere fin dall'inizio un futuro roseo: numerosi i suoi estimatori; primo tra tutti Tony Stratton-Smith, proprietario della leggendaria label Charisma.
L'eccentrico Godfrey ci tenne a sottolineare fin da subito che The Enid non era un gruppo progressive, e tuttavia non si fece scrupoli di usare le riviste e le fanzine dedicate a quel genere per fare pubblicità al suo progetto. L'eco fu abbastanza grande; e immeritato, secondo noi. Non abbiamo niente contro la musica strumentale (abbiamo già citato gli Ekseption), ma siamo del parere che The Enid non aggiungano niente né al prog rock, né tantomeno all'universo dei suoni in generale.

Di difficile classificazione il loro output. Avevamo letto che si tratta di "fusione tra rock e classica", ma secondo noi è solo neoclassica. In the Region of the Summer Stars, album-debutto della band cosi tanto acclamato ("una grande riscoperta!"... "cresce dopo ogni ascolto!"...), è stato ristampato con l'aggiunta di ben sei tracks; ed è questa l'edizione in nostro possesso. Il nostro responso: non cresce neppure di un iota! Ci abbiamo messo tutta la buona volontà (incoraggiati da un amico che evidentemente stravede per questa band), ma inutilmente. L'ascolto rimane un'esperienza sciatta anche dopo la seconda e terza volta.

Ma immergiamoci nell'analisi del disco - che, lo ricordiamo, viene ritenuto tra i migliori in assoluti di The Enid -: "The Fool", "The Tower of Babel" e "The Reaper" ci immergono già in un'atmosfera inconsistente, con sorprendenti sbirciatine al Concerto Grosso dei New Trolls (quelli sì maestri di fusion!) e addirittura a C'era una volta il West di morriconiana memoria. Sentire per credere. "The Loved Ones", quarto solco, è un melodramma per pianoforte e orchestra che fallisce assolutamente di suscitare la benché minima emozione.
E al più tardi da questo momento abbiamo il sospetto di stare ascoltando musiche da film.
Un primo squarcio tra le nubi è "The Demon King", brano vivace, rapsodico, con interessanti discordanze volute. Purtroppo, con il pezzo successivo - il sesto: "Pre-Dawn" -, si ricade in una New Age per sempliciotti. Fa paura, nonché rabbia, la presuntuosa grandesse di "Sunrise". E merita un discorso a parte "The Last Day", track n. 8. "The Last Day" inizia come una parodia del Bolero di Ravel che si trasforma poi in una parodia di Pierino e il lupo di Stravinsky e sfocia in una simil-sinfonia in pompa magna (God Save The Queen!) per, infine, gentilmente assottigliarsi in una sorta di Aprés-midi d'un faune. E' certamente tra le composizioni più varieggianti dell'album, ma non convince appunto per la sua natura meramente imitativa.
Al breve intermezzo "The Flood" segue "Under the Summer Stars", pastiche dove c'è proprio di tutto: dal flauto dolce alla chitarra acida, ma - ancora - con lo snervante effetto orchestrale in gran spolvero.
Senza un briciolo di fantasia compositoria la track 12: "Judgement". Che lascia però spazio al brano migliore in assoluto (insieme a "The Demon King"), ovvero a quel "In The Region Of The Summer Stars" che dà il titolo all'opus. Il secondo e ultimo raggio di sole che filtra da una cortina assai plumbea.

Facit: regalate questo album a chi si fa beffe dei mitici Ekseption e afferma che non fanno parte della grande famiglia del prog rock! Vedrete che si ricrederà.


ProgTV: la web-tv del progressive

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07 gen 2013

Brano del giorno: "Fire On The Mountain"

... dei Grateful Dead




Una breve storia dei "Dead"

Verso la metà degli Anni 60, la città di San Francisco e un po' tutta la California erano popolate da hippies; circolavano marijuana e acido lisergico e gli "happenings" assumevano proporzioni sempre piú gioiose e quindi preoccupanti per i reggitori del sistema.
Fu in quello scenario che Jerry Garcia (1942-1995) mise insieme i Grateful Dead. Folk, blues. rock psichedelico: queste le coordinate entro cui agì il gruppo, che di fatto fu più un collettivo musicale che una band nel senso stretto del termine. (Nei primi anni, i Dead curavano anche una sorta di comune al 710 di Ashbury Street, fornendo pasti gratis, alloggio, intrattenimento musicale e cure mediche a tutti coloro che si presentavano...) 



Leggendari i loro concerti dal vivo, caratterizzati da improvvisazioni sul palco e dall'atmosfera felicemente anarchica.
Quelle loro esibizioni live, "caotiche", sferraglianti e nel contempo magiche, non potevano essere pressate nello spazio fisico di un disco, né replicate in studio. Per capire quant'era grandioso ed eclettico il gruppo, bisognerebbe ascoltare almeno metà della loro sconfinata discografia. 


Il miglior periodo è sicuramente quello dell'etichetta autogestita. Vi consiglio l'album Blues for Allah (1975), contenente il pezzo "weird" omonimo nonché le songs/suites "Franklin's Tower", "Crazy Fingers" e "Sage & Spirit". (Più che di canzoni si tratta di Stücke che mescolano bravura artistica a slancio palingenetico.) Se preferite le "ballads", vi si addice maggiormente il disco dell'anno prima, il 1974: Grateful Dead From The Mars Hotel, dove ci sono "China Doll" e "Ship Of Fools" (melodie struggenti).
Se invece volete mettere insieme una collezione che raccolga i brani migliori della band attraverso i tre decenni di attività, ecco un'utile lista:


1) Sugar Magnolia
2) St. Stephen
3) Ripple
4) Brokedown Palace
5) China Doll
6) Ship Of Fools
7) Franklin's Tower
8) Crazy Fingers
9) Sage & Spirit
10) The Music Never Stopped
11) Uncle John's Band
12) Playing in the Band
13) Looks Like Rain
14) I Will Take You Home
15) Dark Star


      Sito ufficiale




06 gen 2013

Brano del giorno: "So What"

... di Jeremy Steig. Dall'album Flute Fever del 1963


(Per la serie: "Wonderjazz")

Jeremy Steig - Flute
Denny Zeitlin - Piano
Ben Tucker - Bass
Ben Riley - Drums



Jeremy Steig (classe 1942) è un flautista jazz americano, figlio del disegnatore di fumetti newyorkese William Steig.

A 19 anni ebbe un incidente motociclistico che gli causò la paralisi di un lato del corpo. Dopodiché si mise a suonare il flauto con l'aiuto di una speciale  imboccatura.
Dopo essere partito con il jazz "convenzionale" collaborando con Bill Evans e Denny Zeitlin, Jeremy Steig divenne un rappresentante di punta del jazz-rock (fine degli Anni Sessanta e inizio degli Anni Settanta), realizzando nel 1968 un album di fusion con una band chiamata Jeremy and the Satyrs.


Nel film Shrek Forever After ovvero "Shrek 4" (la saga è basata su un personaggio creato dal padre), Jeremy "presta" il suo strumento al Flautista di Hamelin






05 gen 2013

I Pooh

La recente morte di Valerio Negrini, paroliere dei Pooh, ci fa rifocalizzare l'attenzione su quello che è certamente il gruppo storico italiano di maggior successo
 

Da quasi mezzo secolo sulla breccia. Dal loro primo exploit discografico, il 45 giri "Piccola Katy", all'album Dove comincia il sole, passando per la raccolta di cover Beat ReGeneration del 2008, la loro storia si legge - e si ascolta - come un lungo viaggio, un viaggio spesso meraviglioso, ma durante il quale - immancabilmente - la carrozzeria ha subito qualche ammaccatura.



I Pooh nascono come gruppo beat nel 1966 in un cascinale di Bologna. La prima formazione: Valerio Negrini (batterista e mente primigenea della compagine), Mario Goretti, Gilberto Faggioli, Roberto Gilliot e Mauro Bertoli. Dopo molti reimpasti e defezioni (fece scalpore quella di Riccardo Fogli, che aveva perso la testa per Patty Pravo), divennero un quartetto che, per lungo tempo, ha compreso Dodi Battaglia (voce e chitarre), Stefano D'Orazio (voce e batteria), Red Canzian (voce e basso elettrico) e Roby Facchinetti (voce e tastiere).
D'Orazio si era fatto conoscere nella scena romana come componente dei Naufraghi; Bruno Canzian detto "Red", entrato nel gruppo nel '73, aveva militato con la band di rock progressive Capsicum Red.



I primi Anni Settanta - contratto con la CGD - rappresentano l'Età dell'Oro dei Pooh: "Tanta voglia di lei", "Alessandra", "Cosa si può dire di te", "Noi due nel mondo e nell'anima" sono solo alcuni dei brani di quel magico periodo che li vede spesso al primo posto dell'hit parade nazionale. Nel 1975 la svolta: decidono di automanagerializzarsi. I testi rimangono intimistici anche se cominciano a "sbirciare" verso determinate realtà sociali, ma la musica conosce una svolta radicale e anticipa addirittura certe sonorità tipiche degli Anni Ottanta. Se in Opera Prima e Parsifal la melodia italiana ancora si fondeva con la musica sinfonica (Parsifal è elencato in quasi tutte le enciclopedie del prog rock; e anche secondo me è, a tutti gli effetti, rock progressivo), a cominciare da Poohlover (1976) le loro canzoni diventano più decisamente commerciali: una sterzata sicuramente dettata dal successo non strepitante dei due album precedenti Un po' del nostro tempo migliore e Forse ancora poesia, ritenuti troppo "difficili" dai consumatori del pop italiano (mentre sono in realtà assai belli).

 1973


Nel 1977 si inaugurerà l'epoca dei concerti sfarzosi, a base di laser e altre tecnologie all'avanguardia: i Pooh si propongono definitivamente come supergruppo, esibendosi davanti alle platee entusiaste dei palasport. Da allora, la loro scalata è veramente inarrestabile, con brani di sicura presa sul pubblico di ogni età. Almeno una decina di TIR li accompagna sempre nelle loro tournée: l'impianto tecnico è imponente e non ha nulla da invidiare alle più celebri formazioni del rock mondiale. Questa voglia di portare innovazioni "futuristiche" nelle loro performance diverrà un po' il marchio di fabbrica dei nuovi Pooh.  È dei Pooh, nel 1983, il primo CD ufficialmente pubblicato in Italia, così come lo è il primo laser disc nell' '84; e sempre dei Pooh sono il primo videoclip ad alta definizione realizzato in Europa (1990) e la prima traccia multimediale inserita gratuitamente in un CD italiano ('96).



Nel febbraio del 2008 esce Beat ReGeneration, album di 12 grandi successi dell’epoca beat, riletti e reinterpretati dai Pooh. Il 29 Marzo parte da Mantova il “Beat ReGeneration Tour”, che tocca 16 grandi città italiane, registrando il sold out a Milano, Roma, Torino, Treviso, Mantova.
Intanto con i singoli “29 Settembre” e “Ragazzo di strada”, Beat Regeneration supera le 150.000 copie vendute, conquista il Doppio Disco di Platino ed è premiato a giugno a Roma in occasione del Wind Music Awards trasmesso da Italia1.
Segue un tour estivo di 20 date negli stadi e nelle piazze d’Italia, culminato nel concerto sul lungomare di Reggio Calabria davanti a oltre 60.000 persone.
Viene lanciato il quarto singolo “Pugni chiusi”. 

Il 2009 si apre con una notizia che rattristisce molti fans: Stefano D'Orazio lascerà i Pooh!
Il gruppo è insieme da 43 anni, e D'Orazio ne è componente da 38 (come abbiamo visto, arrivò a sostituire il batterista Valerio Negrini nel 1971; Negrini divenne il "quinto elemento" - quello occulto - della band).
In qualità di paroliere, l'esordio di D'Orazio risale al 1975 con il testo di "Eleonora mia madre", canzone inclusa nel 33 giri Un po' del nostro tempo migliore, mentre come voce solista debuttò in "Fare, sfare, dire, indovinare", che fa parte di Poohlover (1976).
Prima del congedo, fa in tempo a firmare con il resto della band un ultimo album... e viene annunciato che parteciperà anche al tour estivo, fissato per il 24 luglio.  
 
L'album, Ancora una notte insieme (contenente 30 brani e 1 inedito), racconta le emozioni e gli stati d’animo di quel momento particolare della carriera del gruppo e, per extenso, del mondo.
I 30 brani sono tutti cantati a quattro voci dai Pooh. Ancora una notte insieme diventa ben presto disco di platino e viene premiato nell’Arena di Verona in occasione del Wind Music Awards. Il tour è un trionfo e ogni esibizione lungo la penisola italiana fa registrare il sold out.

Il 12 ottobre 2010 esce Dove comincia il sole, nuovo album di inediti dei tre Pooh superstiti. Dal vivo però si esibiscono in sei, con Steve Ferrone alla batteria (sostituito poi da Phil Mer), Ludovico Vagnone alla chitarra e Danilo Ballo alle tastiere. Il “Dove comincia il sole Tour” dura anche per tutto il 2011. E' la tournée più lunga della loro carriera, con quasi 90 concerti (tutti sempre esauriti) in nove mesi.
Il “Dove comincia il sole Tour” si conclude il 27 agosto 2011 nella splendida cornice del Castello di Este (Padova) tra scenografie di fuochi e luci, suoni e immagini, sbandieratori e comparse in costume d’epoca.
Il 6 marzo 2012 esce Pooh Legend, un cofanetto racchiudente oltre dieci ore di video della band, filmati inediti e vere e proprie “chicche”: primo capitolo di un percorso di rimasterizzazione dell'intero catalogo dei Pooh.




I Pooh hanno ripetutamente fatto opere di beneficenza. Sono stati attivi per il WWF, hanno partecipato al Rock No War per la Sierra Leone e - tra le altre iniziative sociali - hanno aiutato a raccogliere fondi per i bambini dello Sri Lanka.






* DISCOGRAFIA * (solo album)

Per quelli come noi (1966)
Contrasto (1968 - originariamente bootleg)
Memorie (1969)
Opera prima (1971)
Alessandra (1972)
Parsifal (1973)
I Pooh 1971-1974 (1974)
Un po' del nostro tempo migliore (1975)
Forse ancora poesia (1975)
Poohlover (1976)
Rotolando respirando (1977)
I Pooh 1975-1978 (1978)
Boomerang (1978)
Viva (1979)
Hurricane (1980)
...Stop (1980)
I Pooh 1978-1981 (1981)
Buona fortuna (1981)
Palasport (1982)
Tropico del nord (1983)
Aloha (1984)
I Pooh 1981-1984 (1984)
Anthology (1985)
Asia non Asia (1985)
Giorni infiniti (1986)
Goodbye (1987)
Il colore dei pensieri (1987)
Oasi (1988)
Uomini soli (1990)
25: la nostra storia (1991)
Il cielo è blu sopra le nuvole (1992)
Musicadentro (1994)
Buonanotte ai suonatori (1995)
Poohbook (Set di 6 Cd) (1995)
Amici per sempre (1996)
The Best of Pooh (1997)
Un minuto prima dell'alba (1998)
Un posto felice (1999)
Cento di queste vite (2000)
Best of the Best (2001)
Pinocchio (2002)
Ascolta (2004)
La grande festa (2005)
Noi con voi (2006)
Beat ReGeneration (2008)
Dove comincia il sole (2010)






03 gen 2013

Brano del giorno: "When Skies are Grey"






Il cuore è triste. Turin Brakes, Maximilian Hecker, Dakota Suite... sono inaccessibili ai più, ma vantano una schiera di aficionados dal blue mood, individui che oscillano tra amore universale e depressione, dolce ribellione e abbandono. Padri e figli orfani, madri e figlie orfane; eppure, tutti loro non facenti parte dei famigerati emo: inquadrabili semmai in un contesto esistenzialista.
C'è una fragilità apparente negli artisti succitati (eredi di Leonard Cohen, Nick Drake, Tim Buckley...) che farebbe sospettare che ogni loro album possa essere l'ultimo. Ma non muoiono. Anzi... Bisogna andarli a cercare apposta, ma i loro CD si trovano, inevitabilmente. Perché il mercato delle sad songs, delle ballate lente e (auto)riflessive, è intramontabile.

Chris Hooson, frontman dei Dakota Suite, sembra sballottato qua e là tra ispirazione naturalistica e rassegnazione mortificata. E' lui l'unico membro fisso del gruppo, insieme al produttore Richard Formby, il quale occasionalmente contribuisce con accompagnamenti chitarristici o con strumenti diversi (armonium, pianoforte elettrico Fender Rhodes, lap steel, contrabasso, effetti speciali). Nell'alternarsi dei collaboratori, da ricordare David Buxton (basso, pedal steel), John Sheppard (percussioni), Peter Haslam (pianoforte) e Colin Dunkley (polistrumentista e arrangiatore).
Le fotografie in copertina sono della moglie di Hooson, Johanna: quasi tutte in bianco-e-nero, esse sintetizzano il contenuto di ciascun album.









1999 Glitterhouse Records 
2000 Badman Recording Co. 
2001 Glitterhouse Records 
2001 Glitterhouse Records 
2001 Glitterhouse Records 
2002 Glitterhouse Records 
2003 Glitterhouse Records
2007 Glitterhouse Records 
2008 Karaoke Kalk 
2010 Karaoke Kalk 
2011 Lidar 
2011 Karaoke Kalk 
2011 Glitterhaus / Glitterhouse Records 
2012 Glitterhouse Records

Glitterhouse Records 

02 gen 2013

Bobby Jameson / Chris Lucey

Tanti artisti, nella storia della musica pop/rock, sono stati depredati. Hanno composto canzoni con le quali altri hanno fatto soldi senza dar loro neppure un centesimo; hanno inciso dischi rimettendoci di tasca propria; sono caduti nel dimenticatoio - e nella povertà - forse perché ingenui, o più probabilmente perché nessuno ha mai preso le loro difese.
Quel che segue è il ritratto di uno di questi artisti,
oggi quasi 68enne (è nato a Geneva, Illinois, nel 1945), che mai conobbe giustizia



Bobby Jameson / Chris Lucey entrò nel mondo della musica nei primi Anni Sessanta con alcune composizioni pop ("Let's Surf", "Please Little Girl Take This Lollypop", "All I Want Is My Baby" [canzone di Mick Jagger e Keith Richards mai registrata dai Rolling Stones] e soprattutto "I'm So Lonely") che lasciavano presagire una grande carriera, sulla falsariga di quella di Gene Vincent, di Brian Wilson dei Beach Boys, di Tim Buckley o di colui al quale forse la voce del giovane Jameson assomigliava maggiormente, ovvero Scott Walker. 



L'album di debutto Songs of Protest and Anti-Protest (1965), realizzato con lo pseudonimo "Chris Lucey", è davvero straordinario, ma passò tristemente inosservato. Del famigerato "Chris Lucey" (leggi qui il motivo di tale pseudonimo) sono anche gli album Working e il recentemente ri-edito Color Him In 


"Jesus Was An Outlaw Too": arranged by Jesse Ed Davis and Bobby Jameson. 
Randy Newman on piano. Jesse Ed Davis on lead guitar. Bob Glaub bass, Jimmy Karstein drums. Performed and written by Bobby Jameson and recorded in 1970-71
 
Nel suo trip londinese, a cui fu invitato dal manager degli Stones Andrew Loog Oldham, Jameson andò incontro a una serie di malintesi (davvero esilarante la cronaca del suo incontro con Oldham, disponibile sul Bobby Jameson's personal blog), e dunque seguì un pronto rientro a Los Angeles.
Se non altro sul Sunset Strip questo cantante folk-pop era uno dei più noti; ed ecco arrivare alcune fruttuose collaborazioni con l'allora già esuberante Frank Zappa. Similmente a molti altri del genere melodico-popolare, dopo l'avvento dei Beatles (ma anche grazie all'influsso dei Rolling Stones e di Arthur Lee e i suoi Love), Bobby Jameson si convertì al rock. Di conseguenza, negli Anni Settanta e Ottanta i suoi toni si fecero più rudi, i testi più impegnati ("Vietnam", "Outlaw", "Jesus Was An Outlaw Too", ecc.). Sussisteva tuttora la prospettiva di un successo...
Invece, nel 1985, arrivò il crash down, il fallimento. Il cinismo delle etichette discografiche e l'ambiguità di molti personaggi del mondo musicale (la vita di Jameson è stata un'unica lotta per farsi riconoscere il copyright di sue canzoni) furono alla fonte di un'avvilente defaillance sociale e personale: droghe e alcool, i mobili pignorati, il rischio incombente di divenire uno dei numerosi senzatetto che vagano per il grembo di "Mother America"... ("Misi tutto all'asta e qualche fortunato bastardo si accaparrò la mia vecchia Telecaster per soli 250 dollari" rammenta l'artista sul suo blog personale). 
Poi, com'è accaduto ad altri grandi musicisti, l'avvento di Internet lo ha fatto uscire dal dimenticatoio: dal 2007 o giù di lì Jameson è tornato a risalire la china.
I soldi però li sta ancora aspettando... mentre altri guadagnano con le ristampe dei suoi dischi.



Michael Thompson


Anche chi non lo conosce, sicuramente lo ha già udito suonare, in radio, su vinile o su CD: Michael Thompson è un session man che negli ultimi trent'anni (a iniziare dal 1980 ca.) ha collaborato alla realizzazione di album e spettacoli dal vivo di molti tra i più noti artisti del pop e del rock: Joe Cocker, Celine Dion, Cher, Madonna, Neil Diamond, Sarah Brightman, Shania Twain, Whitney Houston, Michael Bublé... i gruppi Great White, Mötley Crüe, Scorpions, Savage Gardens... stelle "latine" del rango di Ricky Martin, Jennifer Lopez, Christina Aguilera e Gloria Estefan... e rappresentanti del rhythm'n'blues come Peabo Bryson, Anita Baker, Ray Charles e Toni Braxton.

Bobby Womack canta in questa cover di Sam Cooke; Thompson è alla lead guitar.

Nato nel 1954 a Brooklyn, ancor giovane si trasferì sul lato Ovest degli States, a Los Angeles (capitale della musica commerciale), dove dapprima lavorò come tassista. Aveva alle spalle una preparazione musicale coi fiocchi, avendo studiato musica contemporanea al rinomato Berklee College del Massachussetts (tra i suoi insegnanti ci fu Pat Metheny), e sapeva che prima o poi una chiamata sarebbe arrivata.
Fu Joe Cocker a inaugurare la sua carriera richiedendone i servigi in una serie di gigs. Non molto tempo dopo, Thompson si ritrovò a partecipare al tour mondiale di Cher (alle prove erano stati convocati settantacinque chitarristi!). Arrivarono offerte anche dalla TV (la serie Fame, seguita da Miami Vice e da What's Love Got to Do with It; dunque, se riguardate quei telefilm, ricordatevi chi ha collaborato alla colonna sonora!) e intanto si ingegnava a formare il proprio gruppo.
Nel 1988, la Geffen Records lanciò il primo album della Michael Thompson Band (MTB), How Long, da cui sortirono alcuni hits. Lo stile: rock melodico o AOR (che significa "Album Oriented Rock" o "Adult Oriented Rock", ma è noto anche come "hard pop": amatissimo dalle radio commerciali).

Homepage di Michael Thompson
(contiene diverse samples)

Thompson è session man di prima scelta per produttori come Dave Forrest e Kenny "Babyface" Edmonds, in quanto non solo bravo, ma anche affidabile. E' di casa in tutti i generi e in tutti gli strumenti a corde; sue specialità: chitarra baritono, chitarre elettriche Fender e Gibson, sitar elettrico, acustiche acciaio e acustiche nylon, Rickenbacker 12 corde.
A 32 anni Thompson si convertì al cristianesimo ("Prima non ero propriamente ateo, solo che non avevo mai riflettuto a lungo su Gesù..."): una scelta che prima di lui avevano fatto Cliff Richards, Paul Jones (cantante della Manfred Mann Earth Band e della Blues Band), Mark Farner (Grand Funk Railroad), Alice Cooper, Roger McGuinn, Bob Marley e tanti ancora.
Dal 1977 è sposato con Gloria (la quale, agli inizi, quando i soldi erano pochi, gli fu di prezioso aiuto); i due hanno quattro figli e vivono a Culver City, California. 

01 gen 2013

Brano del giorno: "Standing On The Water"

Una canzone di Andy Fairweather Low eseguita da un'altra leggenda vivente: Richie Havens



Di Andy Fairweather Low vedi anche: "Sing A Hymn 4 My Soul" e "Baby What You Want Me To Do".



"Standing On The Water"
(by Andy Fairweather Low) Testo originale

Why do we surround ourselves with houses and big cars
Trying to make out we got it made
When nothing really belongs to us
We’re only passing through
We’re part of a maskerade

When you are standing on the water
Talking to the walls
Making so much matter
Out of no matter at all
Got to get a hold of ourselves
So easy to fall

Standing on the water
Talking to the walls

We act we look around us
We see trouble everywhere
Thieving money air that we breath
I know we would like to hang out
In the country for a while
There is something that you just can’t believe

When we’re standing on the water
Talking to the walls
Making so much matter
That’s of no matter at all

Got to get a hold of ourselves
So easy to fall
When we’re standing on the water
Talking to the walls

So many pictures looking at us through a smile
Making us want things we don’t need
So many people telling us just what to do
What we are and what we should be

When we’re standing on the water
Talking to the walls
Making so much matter
That’s of no matter at all
Got to get a hold of ourselves
So easy to fall

Standing on the water
Talking to the walls
Talking to the walls
Talking to the walls